Il nuraghe fortificato di Capichera

22 Gennaio 2007 Commenti chiusi

Verranno riportate alla luce oltre 100 abitazioni dell’età della pietra protette dal nuraghe-fortezza della Prisgiona.

Una Costa Smeralda del XV secolo avanti Cristo che testimonia la vita in quel territorio di una comunità ricca e raffinata. L’idea di popolazioni rozze, armate di clava e vestite di pelli viene smentita da alcuni reperti. I nuragici erano eleganti e amanti del bello, centellinavano bevande raffinate e decotti, erano anche abili restauratori.

La prova arriva da alcuni vasi che sono stati riparati con delle graffette di piombo. L’amministrazione ha deciso di riportare alla luce l’antico villaggio e creare un parco archeologico. [...]. Il cantiere partirà entro la fine del mese e i lavori saranno supervisionati dalla responsabile scientifica della Soprintendenza, Angela Antona, che coordina il progetto. Dello staff incaricato della rinascita del villaggio fanno anche parte il dirigente del comune Libero Melonie il progettista Antonio Maria Azara. Per la prima fase è stato stanziato oltre un milione di euro per far riaffiorare tutta la città, ancora sepolta sotto la terra. Al lavoro di scavo è affiancato un laboratorio per il restauro dei reperti. [...] Spiega il sindaco Pasquale Ragnedda «Abbiamo scoperto uno dei villaggi più importanti della Sardegna. Ora lavoriamo per valorizzarlo. Vogliamo creare un percorso museale -archeologico che serva anche come richiamo per i turisti. Nel nostro territorio non ci sono solo spiagge, ma anche tante testimonianze della storia e della cultura dell’isola».

In un’area di quattro ettari si distende la metropoli tra il nuraghe della Prisgiona e la tomba dei giganti di Coddu Vecchju, che si trova 600 metri più in basso. Tra le capanne anche un forno che serviva per fabbricare vasi di ceramica. Accanto alla torre principale c’è la sala delle riunioni in cui si riunivano i capi del villaggio. Al centro dell’ambiente è stata ricavata una vasca scavata nella roccia. All’interno sono stati ritrovati contenitori di ceramica con decorazioni e forme originali. Il recinto sacro era il cuore dell’area in cui si recitavano riti religiosi. [...]. Vicino alla capanna delle riunioni si trova un pozzo profondo oltre otto metri, che serviva per dare l’acqua al villaggio. Ma questi sono solo i primi ritrovamenti di un’area ancora tutta da scoprire.

Di Luca Rojch. Da La Nuova Sardegna GA del 14 gennaio 2007, Pag 26.

Riferimenti: Fonte

una Stonehenge delle Ande

29 Ottobre 2006 2 commenti

21/05/06
Scoperta una Stonehenge delle Ande Scoperto Benfer, il più antico
osservatorio astronomico delle Americhe, una struttura risalente a
circa 4200 anni fa. Consente di determinare i solstizi d’estate e
d’inverno.

WASHINGTON – Sulle Ande peruviane, a nord-ovest di Lima, a una
quarantina di chilometri dalla valle del fiume Chillon, una
spedizione archeologica ha scoperto il più antico osservatorio
astronomico delle Americhe, una struttura risalente a circa 4200
anni fa, come i monumenti megalistici di Stonehenge nel Sud
dell’Inghilterra.

L’osservatorio, che consente di determinare i solstizi d’estate e
d’inverno, fu costruito, secondo l’archeologo Robert Benfer,
dell’Università di Missouri, per fornire alle popolazioni indigene
un calendario agricolo.

Della scoperta, dà notizia il San Francisco Chronicle. Resta, per
ora, il mistero intorno al popolo che realizzò l’osservatorio, che
precede di tremila anni la cultura Inca: aveva sviluppato conoscenze
scientifiche ad artistiche che, nella Regione, erano finora
attestate solo da reperti di 800 anni più recenti.

Anche il nome della civiltà, che non sembra conoscesse la scrittura,
comparsa nelle Americhe solo intorno all’anno zero, è sconosciuto.

La scoperta evoca la possibilità che una sofisticata civiltà andina
si sia sviluppata nel Sud America prima dell’era della ceramica: il
ritrovamento di Benfer -sottolinea l’archeologo Micheal Moseley
dell’Università della Florida, un esperto del Perù- “mostra lo
sviluppo di una civiltà più a sud di quelle coeve finora note e che
aveva già raggiunto un notevole livello di conoscenze astronomiche”.

Tra i più importanti ritrovamenti documentati, spiccano una larga
piramide ed un tempio nominato Tempio dela Volpe per una incisione
dell’animale, vicino a quello che sembra un lama. La volpe e il lama
sono posti ciascuno all’entrata: secondo i miti andini, la volpe
insegna alla gente come coltivare e irrigare i campi.

Il sito, chiamato Buena Vista ed esteso su circa otto ettari, “sorge
su una collina arida e rocciosa che guarda verso una bellissima
valle fertile”, racconta Benfer, che ha presentato il ritrovamento
il mese scorso alla riunione della Society for American Archeology,
svoltasi a Portorico.

Dalla mappatura del sito risulta che una persona, ponendosi
all’ingresso del tempio e guardando attraverso una finestrella
dietro l’altare, si trova allineata con una testa scolpita
nell’incavo di una collina distante.

Quando il sole all’alba batte su tale punto, è il solstizio d’estate
dell’emisfero meridionale, il 21 dicembre, il giorno più lungo
dell’anno. Il 21 dicembre segna l’inizio del periodo della semina,
prima che il fiume Chillon cominci le sue piene annuali. Benfer
ipotizza che i pescatori che vivevano sulla costa del Pacifico
sfruttassero il sito per coltivare cotone utile alla tessitura delle
loro reti.

Riferimenti: Fonte: SwissInfo

DALL’ISOLA DELLE VACANZE ALL’ISOLA DELL’IMMONDEZZA?

29 Ottobre 2006 Commenti chiusi


DALL’ISOLA DELLE VACANZE ALL’ISOLA DELL’IMMONDEZZA?
PROVE GENERALI DELL’ ECOMAFI

Altro che “ATTO DI SOLIDARIETA’” lo smaltimento, in Sardegna, di
rifiuti di origine exstraregionale è un vero cavallo di troia
e fa
parte della fase preparatoria per creare le condizioni necessarie per
far diventare l’isola la Mururoa della bomba ecologica italiana.
Andata a buon fine, per loro, la perpetuazione e aggravamento della
servitù di smaltimento dei rifiuti industriali, fumi di acciaieria,
nella modica quantità di 180 mila tn/anno attuali e 300 mila
autorizzate, si intende completare l’operazione aggiungendo, alla
Sardegna, anche la servitù di discarica per RSU prodotti altrove.

L’emergenza Rifiuti Campani ha permesso di dare una motivazione
solidaristica ad un test di reazione della popolazione sarda e di
porre le condizioni per rendere necessaria la rimozione di eventuali
impedimenti legislativi, come la L.R. n. 6/2001, che potrebbero
creare seri impedimenti al busines rifiuti.

Il solidarismo sommato all’effetto magico e miracolistico
dell’energia generata dalla spazzatura, accompagneranno il cavallo di
troia campano, che nella sua pancia contiene il mega-
termovalorizzatore di Ottana e la correlata necessità di importazione
di rifiuti extraregionali per rendere possibile ed economico il suo
funzionamento.

I sardi, novelli troiani, storditi dai suoni di tromba che li chiama
a occupare nuove trincee della patria italiana, si accorgeranno di
essere ancora una volta carne da macello, solo quando si aprirà del
tutto la pancia del cavallo e si troveranno sottoposti ad un aerosol
giornaliero di diossina, di metalli pesanti e con una filiera del
latte non più in grado di commerciare il prodotto perché inquinato.
Chi tira le fila dell’affare rifiuti è l’eco-mafia, non quella
comandata da Ziu Turiddu, ma quella che fa capo agli On., ai baronati
politici, sindacali e affaristici, gli stessi che hanno combattuto il
referendum contro le scorie industriali e che campano e prosperano
riproponendo industrie fallimentari ed inquinanti.
Ai sardi la scelta, la nostra terra può passare dall’isola delle
vacanze all’isola dell’immondezza, se si rifiuta il narcotico e non
si risponde allo squillo delle trombe dell’inganno, il cavallo lo si
lascia fuori dalle mura, la sua pancia non si aprirà e i corsari dei
rifiuti non faranno della nostra isola il loro terminale principale.

[fate circolare]

il Book of Kells:

3 Giugno 2006 Commenti chiusi


Nella biblioteca del Trinity College di Dublino, chiamata Old
Librery, sono custoditi ben 5mila manoscritti e 2milioni di volumi
stampati, antichi libri e manoscritti di inestimabile valore
storico. Ma tra tutti i codici miniati, il più pregiato tesoro di
questo luogo è il famoso Book of Kells (libro di Kells).

Questo libro offre le più belle ed elaborate decorazioni mai viste.
Si dice che furono i monaci di Iona a realizzarlo, nell’806 d.C.,
quando si rifugiarono a Kells in seguito a un’incursione vichinga.
Il prezioso manoscritto Irlandese, contenente i quattro vangeli in latino, è composto da quattro volumi rilegati in pelle di vitello.
Protetti da una bacheca di vetro, in genere vengono esposti solo
due tra i quattro volumi.
Da questi volumi vengono scelte due tra le 680 pagine
(340 fronte retro), ed esposte quotidianamente una sulle
illustrazioni e una sul semplice testo, le quali poi vengono
sostituite periodicamente a rotazione.
I particolari, minuziosamente disegnati dalle mani esperte degli amanuensi, sono abbelliti con elaboratissimi motivi e accurate figure: immagini di pescatori, di angeli, bestie affamate e demoni, motivi floreali e figure geometriche, scene di vita quotidiana e scene fantastiche, ma anche segni enigmatici che formano i capolettera dei capitoli, nei quali vi sono riportate simbologie di
grande interesse, come ad esempio i nodi celtici o la
Eight Circles Cross che simbolicamente rappresenta
i quattro elementi della Natura
.
(strani simbolismi “pagani” per essere un manoscritto
rigorosamente cattolico).

Le bellissime illustrazioni sono state realizzate abilmente
con l’utilizzo di svariati componenti: il gesso per il colore
bianco, il piombo per il rosso, lapislazzuli o il guado per ottenere
le tonalità di blu ed infine il carbone per il nero e il verderame
cristallizzato per ottenere il verde.
Secondo studi recenti il Book of Kells risalirebbe tra il VII e il
IX sec d.C ma nonostante le teorie più accreditate, alcuni storici
tuttavia datano l’opera in un periodo molto antecedente, per via di
alcune illustrazioni che raffigurano guerrieri con piccole spade
circolari, in uso molto prima delle incursioni vichinghe.

Una tra le pagine più significative e particolarmente elaborate è
quella chiamata Chi Rho in cui la prima parola “XRI” apre il racconto. Questo termine, abbreviato, significherebbe “Christi”o Cristo.
In quella stessa pagina vi è riprodotta una scena dettagliata in cui un gatto osserva un topo che divora il “pane divino”. Tale scena potrebbe simboleggiare il peccatore che riceve la Comunione, ma non c’è nulla di certo in questo poiché il simbolismo usato in questo manoscritto è di difficilissima interpretazione.
Ciò che può sicuramente affascinare è la sinergia tra simbolismi legati ad una credenza pagana, con gesta mitologiche del più lontano passato e quella legata al Credo Cristiano in cui viene rappresentata la vita di Cristo.
Ad ogni modo questo antico manoscritto è uno tra i più preziosi
libri sacri legati alla storia e alla cultura celtica Irlandese.

Una teoria affascinante:
C’è una leggenda che narra come, dalla tradizione Etrusca al mito medioevale sopravvissuto fino all’Ottocento, nelle campagne italiane si sia determinato il mito delle “streghe”.

La leggenda narra che la Dea Diana, Signora del cielo, e madre della prima strega Aradia creò le stelle e la pioggia. Da allora lei fu la Dea gatta col volto di Luna che sorveglia sulle stelle-topo.
Vi è un interessante racconto, tratto dal “Il Vangelo delle streghe” di C. Leland, che rievoca tale mito:

Diana fu la prima creata al mondo: in lei esistevano tutte le cose.
Da se stessa, l’oscurità primordiale, si separò; si divise in
oscurità e in luce. Lucifero, suo fratello e figlio, lei stessa e la
sua altra metà, era la luce. Quando Diana vide che la luce era così
bella, la luce che era la sua altra metà, suo fratello Lucifero, la
desiderò con enorme brama. Volendo ricevere nuovamente la lu¬ce
nella sua oscurità e ingoiarla in rapimento e delizia, tremò per il
desiderio. Questo desiderio era l’Alba. Ma Lucifero, la luce, non
volle cedere alle sue brame e fuggi. Era la luce che vola nelle
parti più lontane del cielo, il topo che fugge il gatto. Allora
Diana andò dai padri e dalle madri del Principio, gli spiriti che
esistevano prima di ogni altro spirito, e si lamentò con loro di
non poter prevalere su Lucifero. Ed essi la lodarono per il suo
coraggio. Le dissero che per sorgere doveva prima ca¬dere; per
diventare la prima dea doveva diventare mortale. E attraverso le
ere, nel corso del tempo, quando il mondo fu creato, Diana andò
sulla terra, come aveva fatto Lucifero che era caduto, e insegnò la
magia e la stregoneria. Così ebbero origine le streghe, le fate e i
folletti, tutto ciò che è come l’uomo e che tuttavia non è mortale.
Accadde che Diana prese la forma di un gatto. Diana filava il
destino di tutti gli uomini; ogni cosa era filata dalla ruota di
Diana. Lucifero faceva girare la ruota. Diana non era riconosciuta
come loro madre dalle streghe e dagli spiriti, dalle fate e dai
folletti che abitano nei luoghi remoti e solitari. Essa si nascose
umilmente e si fece mortale; ma per sua volontà sorse nuovamente
al di sopra di ogni cosa.
Aveva una tale passione per la stregoneria e divenne così potente nell’esercitarla che la sua grandezza non poté più rimanere nascosta. Accadde così che una notte, al raduno di tutte le streghe e delle fate, Diana dichiarò di essere capace di oscurare il cielo e di trasformare tutti i topi in stelle. Tutti i presenti dissero:
«Se puoi fare una cosa così strana, se hai un tale potere, allora
sarai la nostra regina». Diana andò nelle strade;
prese la vescica di un bue e una moneta delle streghe dal bordo
affilato come un coltello -con questa moneta le streghe staccano la
terra dalle impronte dei piedi degli uomini-. Diana staccò un po’ di
terra, con essa e con molti topi riempì la vescica, poi vi soffiò
dentro fino a farla scoppiare. Allora successe una cosa incredibile,
perché la terra contenuta nella vescica diventò la volta del cielo
e per tre giorni ci fu una grande pioggia; i topi diventarono stelle
e pioggia. E avendo creato il cielo, le stelle e la pioggia, Diana
diventò la Regina delle Streghe; era il Diana che governa le stelle,
il cielo e la pioggia; era il gatto che governava i topi.

Che questa leggenda abbia qualcosa a che vedere con il
manoscritto Irlandese? Niente di così bizzarro, si sa infatti
che la dea Dana era venerata dagli antichi padri Irlandesi,
il popolo dei Tuatha de Danann (gente di Dana).

La cosa più impressionante che ho trovato su questo manoscritto è l’origine degli amanuensi..si dice infatti che il manoscritto si può vedere come la gara di due virtuosi maestri d’arte le cui personalità emergono dalle pagine del libro:
- uno era probabilmente Irlandese, esperto delle tecniche pittoriche dei celti e dell’arte della lavorazione dei metalli;
- l’altro era un calligrafo meridionale, gran conoscitore dell’arte del mediterraneo.

Che i figli di Dan si siano incontrati per tramandare il loro sapere?Naturalmente se ciò fosse è scontato che questo dovesse avvenire “sottobanco” ossia sotto mentite spoglie:la nuova ASSULUTA religione cattolica. Se ciò fosse non mi è chiaro il perchè dell’attacco vichingo ai propri “fratelli” (e se fosse stata tutta una messa in scena? e se i monaci, o qualcuno di essi, avessero scoperto il doppio gioco dei due grandi maestri e avessero minacciato di rivelare l’inganno alla madre chiesa?a tal punto potrebbero entrare in gioco i temerari amici vichinghi per mettere a tacere il tutto…si dice infatti che alcuni monaci sopravvissero agli attacchi vichinghi. Si dice anche che il libro venne messo al sicuro e trasportato fino ad una barca a vela preparata per la fuga) …e sappiamo quanto fossero veloci le imbarcazioni dei vichinghi (imbarcazioni assai simili a quelle shardana e alle navicelle nuragiche).

Sly-anticheterre
Riferimenti: visita il nuovo blog

MOSTRA "Omaggio a Ibsen"

5 Maggio 2006 Commenti chiusi


Omaggio a Ibsen
Ambasciata Norvegese
Accademia Alfieri
in occasione del Centenario di Henrik Ibsen

Ecco i miei quadri esposti all’arsenale di Amalfi

- Sly -
IL SITO: http://web.tiscali.it/slyartsardinia/index.htm
IL FORUM: http://www.forumcommunity.net/?c=41327

OMAGGIO A IBSEN

24 Aprile 2006 1 commento


“OMAGGIO A IBSEN”

Dopo il grande successo della mostra al Flaiano, ho il piacere di annunciare che l’Accademia Alfieri ha avuto l?onore di essere chiamata ad organizzare, nell?ambito delle Celebrazioni Ufficiali dell?Anno Ibseniano, in occasione del Centenario di Henrik Ibsen, le manifestazioni che si svolgeranno ad Amalfi, splendida e storica località della Costiera che da essa prende il nome, e dove il grande drammaturgo norvegese scrisse l?opera che è forse il suo capolavoro assoluto: ?Casa di Bambola?.
Le manifestazioni si articoleranno con il seguente programma:
- Premio Ibsen per giovani talenti attoriali che si confrontino sulla drammaturgia ibseniana
- Sulle orme di Ibsen ? Percorso guidato sui luoghi ibseniani
- Rappresentazione teatrale di un?opera di Ibsen ( a cura
dell?Ambasciata della Norvegia)
- Mostra d?Arte Contemporanea integrata alla Mostra di documenti e testimonianze sulla permanenza italiana e sull?opera di Henrik Ibsen:
?OMAGGIO A IBSEN: il cuore ad Amalfi?

Silvia Montis è stata invitata a partecipare quale Artista selezionato, a questa manifestazione che vedrà le Sue opere esposte insieme alle riproduzioni di Ibsen pittore, dei ritratti che gli dedicò EDWARD MUNCH, il celebre autore de ?L?urlo?, alle opere di Artisti del mondo del Teatro e dello spettacolo come Dario Fo, Paolo Conte, Gino Paoli, Tony Esposito e a quelle di Suoi selezionati colleghi di grande valore.

La manifestazione si svolgerà negli Arsenali Storici di Amalfi
dal 10 al 26 Aprile 2006

due settimane in cui la presenza turistica qualificata fa di Amalfi una passerella estremamente interessante e nell?ambito di una Manifestazione, quale quella della Celebrazioni Ufficiali dell?Anno Ibseniano, di enorme prestigio, patrocinata dall?Istitito per la Cultura e dall?Ambasciata di Norvegia.

Sly

Riferimenti: il forum SlyArt

equinozio di primavera

22 Marzo 2006 Commenti chiusi


21 Marzo ? equinozio di primavera.

A S. Cristina di Paulilatino (OR) si può osservare il fenomeno del ?capovolto?, interessante sia dal punto di vita archeologico che da quello culturale.

Il sole si specchia nel pozzo passando dalla gradinata e creando suggestivi bagliori, segnalando così agli uomini il giorno dell?equinozio di primavera, ossia dove il giorno e la notte sono uguali.

Nei dintorni di Paulilàtino (in Sardegna) si trova il Pozzo di Santa Cristina, situato nel complesso nuragico omonimo e risalente al IX – XI secolo a.C. È uno dei più suggestivi templi della zona ed è interamente realizzato in pietra basaltica. Segna il culmine dell’ architettura religiosa nuragica ma quale fosse la divinità qui venerata non si può dire con sicurezza. Considerando comunque che il suo nuraghe si apre su un pozzo che raccoglieva l’acqua del sottosuolo in una conca di basalto, si può supporre che si trattasse di una potenza divina che veniva invocata e placata con l’offerta di vittime o con le immagini bronzee di animali o degli stessi supplicanti. All’ interno del tempio infatti sono stati rinvenuti numerosi oggetti votivi, tra i quali una navicella in bronzo e diversi bronzetti. Questa divinità è rappresentata simbolicamente in un bettilo di pietra e nella figura del toro, animale che rappresentava la forza e la fecondità. Poiché alla radice di questi santuari sotterranei scaturiva sempre una sorgente, alla quale i Paleosardi attribuivano virtù terapeutiche e taumaturgiche, si può asserire che anche in questa area sacra si praticasse un culto dell’acqua. Inoltre uno degli aspetti che contribuiscono a rendere particolarmente misteriosa e suggestiva questa struttura è l’ orientamento astronomico: nei mesi di marzo e settembre, durante l’equinozio, il sole illumina il fondo del pozzo attraverso il vano scala. Questo fatto rende l’opera architettonica unica nel suo genere. Il tempio si trova a pochi metri dai resti delle capanne adibite a dimore dei pellegrini, fedeli e sacerdoti che convenivano per celebrare le festività; una tradizione ancora oggi viva nel villaggio cristiano.
c?è da dire che questo culto era anche connesso ad una prova ordalica: ossia ad una sorta di giudizio divino in cui l’acqua, sostituendo il fuoco usato più tardi dai Germani per lo stesso scopo, doveva rivelare con un’immersione regolata, o meglio pilotata dai sacerdoti, l’innocenza o la colpevolezza dell’indiziato di qualche crimine.

Sly
Riferimenti: anticheterre

"su carrasecare" sardo

12 Marzo 2006 1 commento


“su carrasecare” sardo

un carnevale tutto pagano

Il carnevale Sardo su carrasecare si svolge nel periodo che precede
la quaresima, ma le rappresentazioni più folkloristiche contengono
elementi atipici rispetto al carnevale moderno e hanno indubbiamente
un’origine pre-cristiana fondendosi in riti e credenze pagane.
Anticamente il carnevale era un momento fondamentale, dalle chiare
funzioni sociali, della vita delle società agro-pastorali. Le
celebrazioni iniziavano con la festa del fine inverno: intorno ai
grandi fuochi si svolgevano orge primitive, si danzava e si
assaggiava il vino nuovo. La chiesa cattolica tentò di
cristianizzare questi culti pagani perchè fossero dimenticati: vietò
i riti cruenti e l’uso della maschera animalesca, soprattutto quella
munita di corna perchè considerata troppo simile ad un indemoniato;
ribattezzò i luoghi sacri dell’epoca pagana (nuraghi, tombe,
villaggi) con nomi di Santi cristiani, spesso costruendoci sopra
chiese o santuari. Alle celebrazioni propiziatorie della fertilità
fu cambiato il senso e fu così che il 17 Gennaio divenne data
d’inizio del carnevale.

I grandi falò per la festa di fine inverno furono dedicati a S.
Antonio Abate, novello Prometeo, sceso agli inferi per portare il
fuoco agli uomini. Ma i culti antichi si conservarono a lungo
soprattutto nei luoghi più isolari, perpetuati come riti per la
pioggia in periodi di siccità o legati alla fertilità dei campi.
Studi recenti che ipotizzano in Sardegna il culto di Dioniso, il
dio bambino, aiutano a trovare un senso per alcune delle misteriose
rappresentazioni. Il culto di questo dio, celebrato in quasi tutte
le società agrarie del mediterraneo, risale almeno al XV sec. a.C.
Era il dio della vegetazione e della fertilità, che moriva e
rinasceva ogni anno con la natura. Ritroviamo in lui la Dualità, in
una sorta di trasfigurazione della Dea Madre, culto presente in
Sardegna già dal 4000 a.C.

Il culto in suo onore garantiva una sorta di resurrezione, poiché i
suoi adoratori credevano nella vita oltre la morte e bramavano
uscire dalla propria persona per essere da lui posseduti (ricorda
una sorta di sciamanesimo) e lo facevano attraverso la danza, la
musica e il vino (ricorda le danze Azteche). Dioniso era infatti
conosciuto come il “Rumoreggiante”, il “Furente”, il “Delirante”. In
Sardegna era chiamato anche Zorzi e in seguito prese le sembianze di
un bambino chiamato su Pitzinnu ma era meglio conosciuto come
Maimone, Jaccu o Andria. Nella toponomastica sarda questi nomi
ricordano Maimone, presso le fonti e le sorgenti e Jaccu in luoghi
elevati, sui quali forse erano stati celebrati i misteri.

Come i riti dionisiaci anche i carnevali sardi esibiscono una
vittima: la stessa parola CARRE’ E SEGARE significa “carne viva
(umana) da lacerare”. Così i carnevali di mamoiada, ottana,
orotelli, samugheo, lula, fonni, ula tirso, sono caratterizzati da
vittime animalesche, tenute alla fune da un guardiano, chiamate
spesso maimones o mamuthones, nomi che derivano da “mainoles”
(pazzo.furioso) che rappresentano i folli posseduti dal dio che,
eseguendo una danza, vanno incontro alla morte, mentre i guardiani
impediscono loro di sfuggire alla tragica sorte. I salti nella danza
servivano per passare dallo stato umano a quello divino. I rituali,
cruenti, si adattarono solo dopo il 1700 dove invece della vittima
si bruciavano fantocci, in cui venivano appesi al collo interiora di
animale da pungere per far uscire il sangue e rendere fertile la
terra.

Maschera emblematica è sa filonzana (la filatrice): era la maschera
più temuta perchè forse rappresentava una delle antiche Parche
Greche, ossia quella della morte.

Le maschere:

mamuthones e issohadores – mamoiada

boes e merdules – ottana

sos thurpos – orotelli

sos tamburinos – gavoi

su battileddu – lula

su bundu – orani

s’urthu – fonni

don conte – ovodda

sa sartiglia – oristano

mamutzhones e urzu – samugheo

s’urtzu – ula tirso
Riferimenti: anticheterre

Il carnevale di Mamoiada

2 Marzo 2006 Commenti chiusi


26 Febbraio 2006: giorno de su carrasegare (il carnevale)

Ero tra la folla. Aspettavo l’arrivo dei famosi Mamuthones.
Ad un certo punto, dietro le mia spalle, sento dei boati che echeggiano nell?aria. Sono dei suoni sordi, di campanacci, dal ritmo cadenzato e possente. Sono loro: appaiono all’improvviso, come terrificanti creature antropomorfe. Hanno una maschera nera (sa bisera), di legno d?ontano o pero selvatico; in testa su bonette (copricapo maschile) e su muncadore (fazzoletto femminile) di colore scuro; sono vestiti con sas peddhes (mastruca nera di pelli di pecora, senza maniche) sopra un abito di fustagno o velluto (su belludu); calzano sos husinzos (scarponi del pastore); sulle larghe spalle portano sa garriga (30 chili di campanacci) tenuti insieme da un intreccio di cinghie di cuoio; appesi al collo un altro gruppo di campanacci più piccoli, legati anch?esse da altre cinghie.
Eccoli, i Mamuthones di Mamoiada: dodici, come i mesi dell?anno.
Sono disposti su due file parallele e all?interno di questo largo spazio sfilano anche sos Issohadores (gli Issohadores), un?altra maschera tipica del carrasegare (carnevale) Mamoiadino. Le due file di mamuthones procedono a passi lenti, in modo ritmico, quasi ipnotico, con salti e colpi di spalla, ricurvi sotto il peso dei campanacci che stanno avvinghiati nella loro schiena e che risuonano cupamente.
Una di queste file si muove andando avanti col piede sinistro e retrocedendo col piede destro. La fila opposta, avanza col piede destro e retrocede con quello sinistro. Entrambi le file tengono il ritmo di dodici passi singoli, eseguendo poi una variante di tre piccoli passi effettuati più velocemente. Nello spazio interno gli Issohadores si muovono con balzi più agili, sincronizzati con quelli dei mamuthones. Uno dei Issohadores dà il via ai mamuthones e ne trasmette il ritmo.
gli Issohadores sono otto: vestiti con una camicia di lino bianca e una giubba rossa (su guritu); a tracolla una cintura di cuoio ornato con broccato e sonagli (sos sonajolos); portano calzoni bianchi (su cartzone) di lino o tela, infilati dentro i calzari (sas cartzas); uno scialle femminile (s?issalletto) è infine annodato sui loro fianchi. Anche loro portano una maschera antropomorfa, ma bianca, dall?espressione severa, a volte inespressiva o dal sorriso enigmatico. Nel capo sa berritta (antico copricapo del vestiario sardo maschile) è sostenuta da un fazzoletto colorato annodato sotto il mento.

Rimango naturalmente esterrefatta dal portamento austero di queste maschere. Mi giro e vedo gli Issohadores. Hanno in mano sa soha (fune di giunco) che dà il nome al personaggio (colui che lancia la fune). La corda viene lanciata per catturare una persona tra gli spettatori. Il pegno per la propria liberazione è un bicchiere di vino. Improvvisamente vengo catturata dalla soha e come di consuetudine devo offrire un bicchiere di vino: gli porgo quindi la fiaschetta di cannonau (vino rosso tipico) che ho accanto. Lui, con un sorso e un inchino, brinda alla mia salute. Quindi mi slega e mi lascia libera. Il mio cuore è ricolmo di emozione, ho appena vissuto un’esperienza che non scorderò mai.

Silvia Montis
Riferimenti: anticheterre

Testimonianza di un emigrato sulla leggendaria "accabbadora"

16 Febbraio 2006 2 commenti

La recensione di Eugenia
Tognotti del libretto ?Eutanasia
ante litteram in Sardegna.
Sa femina accabbadora? ha
suscitato interesse tra i lettori.
Giovanni Arcai, emigrato a
Brescia, ci ha inviato una lettera in cui afferma di essere
stato testimone da bambino
«di almeno due interventi della accabbadora, in quel di
Cuglieri».Ne ho lasciato traccia
? scrive il sig. Arcai ? nelle
mie memorie «in attesa della
bella signora», non ancora
ultimate (dato che ancora
l?aspetto) e che lascerò in eredità ai miei nipoti, Ve ne invio uno stralcio: vediamo se stimola la memoria di qualche
altro vecchio emigrato.
Accontentiamo il sig. Arcai
pubblicando, anche per esigenze di spazio, la parte più
significativa dello stralcio inviatoci:

Un particolare rispetto
era tributato a su murone
? il muflone ? re della
montagna e oggetto di molti
racconti fantasiosi. Era un
vanto del padre portarsi il figlio in montagna per fargli conoscere il Signor Muflone, attento e immobile come un dominatore sullo strapiombo. I bambini che avevano avuto
questa fortuna la raccontavano con orgoglio ai compagni. Ho il ricordo in parte confuso, in parte lucido, della morte di un vecchio muflone, del quale si raccontavano storie ai
bambini. Era stato trovato,
vecchio e morente, in un bosco impervio.

Si diceva che il muflone
ha la vista acutissima,
come le aquile. Invecchiando
la perde, tanto da non poter più calcolare la distanza fra un dirupo e un altro. Questo muflone vecchio, ma ancora ardimentoso, aveva sbagliato il salto, finendo dentro un crepaccio profondo con le gambe fratturate.
Era condannato a morire
lentamente di dolori e di fame, mentre uccelli e altri animali predatori e milioni di insetti schifosi cominciavano a mangiarselo ancor vivo.
Si riunì una sorta di commissione di paesani che possedevano il fucile, ?sos accabbadores?, quelli che mettono fine pietosa a una vita. Nella catena di Monteferro, la cui punta supera i mille metri, accadeva tal volta che un cavallo amatissimo si fratturasse una gamba, in un sito donde non era possibile rimuoverlo per curarlo: a parte il fatto che a una gamba rotta di cavallo non si poteva rimediare in alcun modo.

Verso sera la commissione
si era trovata nella nostra stanza a piano terra, sei o sette persone, compreso Aristeo, presieduta da thiu Zizzu Murtas, che non era un cacciatore, ma gli era riconosciuto rispetto e
autorità. Ricordo che erano
della partita thiu Bibbia Idda,
thiu Antoni Oro ed altri.
Cinque fucili furono messi
alla rinfusa sul tavolo e coperti con un telone. Thiu Zizzu Murtas mi ordinò di togliere una cartuccia dalla sua tasca, colma di cartucce, poi trasse a caso un fucile da sotto il telone e lo consegnò a colui che lo riconobbe suo.
Gli fece aprire la culatta e di
sua mano vi infilò la cartuccia; nessun altro poteva toccarla, perché non si capisse il peso. con lo stesso rito furono caricati gli altri fucili. Poi tutti uscirono verso il tramonto, a dare morte pietosa al muflone, con una sola pallottola caricata in uno dei cinque fucili. Così tutti e cinque avrebbero sparato insieme, ma una sola pallottola avrebbe ucciso
l?amico onorato: ucciso
da tutti e da nessuno.
Mentre essi uscivano comparve Cicita, mi trattenne con sè e si fece il segno della Croce, chissà se per il muflone o per colui che non sapeva di avere il fucile caricato con l?unica palla di piombo.

Più avanti negli anni appresi
che questo sistema lo avevano acquisito anche i reduci della Brigata Sassari. Gli era stato insegnato dai reales ? i soliti carabinieri
? quando sul campo di
battaglia occorreva fucilare
una spia, o un traditore, o chi
abbandonava i compagni durante un assalto. Ma anche su queste cose terribili c?erano molti misteri, che venivano nascosti ai bambini.
Però fin da presto i bambini
più furbi, e più curiosi di scoprire i segreti dei grandi, imparavano in fretta che c?erano anche le accabbadoras. Erano
vecchie donne misteriose che
andavano a dare gli ultimi conforti ai malati condannati dalla mala sorte a morte lenta e dolorosa, oppure a stare per tempi lunghi sul letto di morte, immobili e privi di conoscenza, pieni di piaghe e già puzzolenti di escrementi e di pus. A buio fatto l?accabadora entrava nella casa ? trovava la porta aperta ? si sedeva accanto al capezzale, carezzava la testa del tardo a morire, gli
cantilenava il rosario, poi una
delle tante nenie per addormentare i bambini. Infine una botta secca sul
cranio, con un suo attrezzo avvolto nell?orbace spesso e nero. A seconda dei casi l?accabadora chiudeva la bocca col palmo della mano, stringendo delicatamente
le narici con due dita. Ottenuto l?effetto, interrompeva la nenia con uno stacco sincopato, come un singulto, si copriva il capo e il volto col fazzoletto nero e lasciava la casa senza incontrare nessuno, senza ricevere né ricompensa né grazie, né scambiare saluti.

Poco dopo un qualche familiare scopriva e annunziava la morte con alte grida di dolore, e venivano accesi i ceri attorno al letto.
Più tardi, al liceo, compresi
che le Parche erano le accabadoras di tutti gli uomini, ma meno pietose, irresponsabili, inesorabili, perché toglievano la vita anche ai bambini, senza
dolore proprio. Questi misteri venivano, in quei tempi, capiti per istinto, senza meraviglia né paura della morte. E si conservava il segreto. Di sicuro non veniva rivelato
né ai reales, né a su zuighe,
tanto meno agli estranei,
ma neppure al confessore:
forse perché sapeva, forse
perché si era convinti che non
si commetteva alcun peccato
né reato, ma una dolorosa
azione necessaria. Più avanti negli anni, sempre al Liceo, appresi che forse obbedivano
alla ?necessitas? di cui parlò
il filosofo Carneade, due secoli
avanti Cristo, lasciando
ai cristiani questo messaggio:
?La terra deve essere restituita alla terra, quando la nostra vita verrà recisa come uno stelo di frumento. Lo comanda la Necessità?.
Il termine latino ?necessitas?
indica la fatalità, il destino
uguale per tutti, che detta regole uguali per tutti, che detta regole dall?interno di noi stessi. E si obbedisce, anche
senza sapere chi mai fosse
Carneade.

tratto dal “Il messaggero sardo”